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martedì, 22 luglio 2008

Era mio amico, di Renzo Montagnoli

Un fatto accaduto realmente una decina di anni fa e riportato da alcuni quotidiani locali mi ha fornito lo spunto per questa poesia. Quindi non malignate perché mi sono solo immedesimato nell’amico superstite.
 
Era mio amico                              
di Renzo Montagnoli
 
                 
Ora che il clamore si è sopito
ora che i peana della maldicenza
sono soffocati nell’oblio
rimane solo il ricordo di un animo puro
di strade percorse insieme
di sogni mai realizzati
di un amore muto e impossibile
che ti ha tolto la vita.
Nella mente resta                                    
il tuo sguardo assorto
la tua gioia per la mia gioia
il tuo dolore per il mio dolore.
E a chi mi chiede chi eri               
e non potrebbe capire
rispondo solo:
era mio amico.
 
    
E per finire questo brano tratto dalla colonna sonora di Balla coi lupi.
 
http://it.youtube.com/watch?v=OswwQo3iE2M
 
    
 
                                
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:58 | link | commenti (10)
categorie: poeti e poesie

La vendetta del longobardo, di Marco Salvador

La vendetta del Longobardo
La vendetta del longobardo
di Marco Salvador
Edizioni Piemme
Narrativa romanzo storico
Pagg. 427
ISBN: 9788838474149
Prezzo: € 6,50
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
Alcuni giorni fa ero in libreria a cercare un titolo che mi interessava e, guardando negli scaffali, ho trovato all’improvviso questo volumetto. Premetto che ho letto già i romanzi di Salvador non di genere storico (La casa del quarto comandamento e Il maestro di giustizia), ma mi era sempre rimasta la curiosità di poter conoscere almeno uno dei tre libri ambientati in epoca longobarda.
Per farla breve, ho smesso di cercare e ho acquistato unicamente La vendetta del longobardo.
Il romanzo, con le sue 427 pagine, risulta piuttosto corposo, ma la lettura è senz’altro agevole, oltre che veramente piacevole.
Il periodo affrontato dall’autore sono gli ultimi anni del regno longobardo (VIII secolo d.C.) e, fra l’altro, riporta la decadenza di un popolo che riuscì, abbastanza a lungo, a regnare sull’Italia. Ritroviamo così i re Astolfo e Desiderio, figure importanti nella storia, dotate anche di notevoli capacità, ma che nulla poterono per contrastare un declino naturale. Ci sono pure i grandi avversari, come Pipino e suo figlio Carlo e la politica assai terrena di una Chiesa romana sempre più votata al potere temporale.
In queste vicende, fra guerre, intrighi di corte, paci traballanti, emerge la figura del franco-longobardo Evaldo, la cui vita è improntata alla vendetta da compiersi contro il crudele Pipino. Se tutti gli altri personaggi sono esistiti veramente, questo penso sia il parto della fertile fantasia di Salvador. Tuttavia, è degna di nota la capacità di far assumere a questo protagonista una veridicità quale potrebbe esserci solo nel caso che fosse effettivamente vissuto, inserendolo in modo preciso nella vicenda e rendendolo di fatto il narratore della stessa.
Salvador non si è limitato a raccontarci la fine del regno longobardo, ma ha anche saputo ricreare le atmosfere, delineare, facendoli rivivere, personaggi di cui serbiamo memoria dai banchi di scuola, in un quadro d’insieme che ha il pregio non da poco di educare divertendo.
E così, pagina dopo pagina, comprendiamo che cosa accadde tanti secoli fa e anche il perché, un lavoro di ricerca che appaga lo storico e il lettore.
Quindi, La vendetta del longobardo mi è talmente piaciuto che, oltre a raccomandarne vivamente la lettura, mi impegna a reperire anche gli altri due testi (Il longobardo e L’ultimo longobardo), che potranno così accrescere la mia conoscenza di un popolo che francamente conoscevo in modo approssimativo.
 
Marco Salvador nasce il 10 novembre 1948 a San Lorenzo di Arzene (PN), dove tuttora vive. Ha pubblicato numerosi saggi sulle comunità rurali nel medioevo e sulle giurisdizioni feudali minori. Inoltre ha scritto cinque romanzi: Il longobardo (Piemme, 2004), La vendetta del longobardo (Piemme, 2005), L’ultimo longobardo (Piemme, 2006), La casa del quarto comandamento (Fernandel, 2004) e appunto Il maestro di giustizia (Fernandel, 2007). 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:55 | link | commenti
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 22 luglio 2008

 
Dopo un lungo periodo trascorso in un convento francescano, laddove si è purgato dei peccati, lindo e puro ritorna in gran spolvero Il Vernacoliere.  
 
Dopo la satira che muove al riso purtroppo riappare la realtà incredibilmente orrenda di ogni giorno. Infatti
Cristina Bove è andata a pescare un bell’articolo del The Independent, che mostra, in parole e in fotografia, un degrado morale senza precedenti, quella totale indifferenza che, associata alla mancanza di pietà, non si riscontra nemmeno nelle bestie.
Un mio amico, non italiano, mi chiedeva perché da noi non funzionano i politici, perché si disinteressano degli affari del paese. Ecco, la risposta è in questo fatto, in questo articolo: noi cittadini italiani, non tutti, ma in gran parte, siamo indifferenti a tutto ciò che conta e proprio per questo demandiamo il nostro presente e il nostro futuro a chi è pure lui indifferente.
Che cosa volete che siano le spazzature per le strade di Napoli quando gli uomini stessi sono monnezza!
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:52 | link | commenti
categorie: comunicati
domenica, 20 luglio 2008

La recensione di Katia Ciarrocchi

Canti celtici
Canti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
 
 
Ci è stato insegnato che la Poesia nasce dalla fusione di significante e significato, di forma e contenuto, si può dire riuscita quando esiste una perfetta corrispondenza tra questi due elementi.
Per quanto mi riguarda, oltre all’insegnamento avuto, “Poesia” è emozione che vibra nell’anima pizzicandone tutte le corde possibili e impossibili.
Qualcuno alla fine del Settecento, scrisse che la poesia era un sogno fatto alla presenza della ragione; forse sarebbe più esatto dire invece che la poesia è un ragionamento fatto alla presenza di un sogno. L’autore in “Canti Celtici” tocca argomenti molto profondi, di dolore, di descrizione, di esortazione, di memoria, di sapere, di sapienza, sotto uno sguardo che tutta tramuta, tutto apparentemente lasciando intatto come accade appunto nei sogni.
Renzo Montagnoli in “Canti Celtici” riesce a esprimere tutto ciò, avvolto nel tepore della notte ove, i sogni sono i custodi del silenzio ovattato che si libera in un’atmosfera irrazionale dell’immaginazione come possibilità di vita.
Tutto il possibile, tutto ciò che è racchiuso nell’inconscio più profondo, sfuma con le prime luci del giorno: Ma tutto sfuma, tutto cessa, nella luce/ che ravvia il giorno e che spegne la notte./.

Intimo è l’attaccamento alla natura e alla solitaria terra dell’autore, che accompagnerà tutta la silologia.
I paesaggi sono descritti con maestria e accompagnati dal ritmo incessante delle parole che danzano una appresso all’altra senza cadere mai di tono. Un ritmo incalzante che cavalca le “ali del ricordo“.
Montagnoli
così capace di frugare nei più profondi mari dell’intimo gettando la sua ancora nei ricordi, nella memoria, quella stessa “memoria” che per ogni essere umano è la capacità di conservare (ricordare) le precedenti esperienze. È la “memoria” che permette la continuità della vita interiore, facendo sopravvivere il passato: senza memoria avremmo solo la percezione del presente. Non solo un esercizio ma anche una condizione generale di tutta la struttura psichica dell’essere umano. Siamo ciò che siamo grazie a chi siamo stati ed è struggente la malinconia dell’autore in “I segni del tempo“: Corre l’uomo senza avvedersi del presente/dimentico del passato,/orfano del futuro./ Dove “immote pietre” rimangono a testimoniare ciò che sono state le origini, “pietre” che hanno assistito all’avvicendamento di popolazioni nella loro storia: …e invece ora/sono solo inerti sassi/che un giorno qualcuno getterà/. E ancora lacerante è il ricordo di un dolore, la memoria di ciò che è stato e che ora: solo silenzio, nel buio assoluto,/nel tempo ormai finito/. Dove gli occhi si vestono di lacrime e il cuore spezzato ascolta … il vento che porta le voci,/ sommessi mormorii,/ quasi salti di ruscelli,/una nenia lontana/che invoca un ricordo,/che non placa la sete di gole/serrate dalla polvere del tempo/.
Nel corso dei secoli si è sempre mantenuto un fragile equilibrio, è la vita che si ripete nello spazio con forma similare, nonostante l’incedere del tempo, nella mente umana rimangono gli stessi interrogativi ai quali non vi sarà mai risposta.
Vita ignota nel vecchio stagno, / piccoli esseri nati all’alba / e già scomparsi al tramonto. / Un brusio, quasi un sussurro / che incanta l’orecchi, / che fa prendere il volo alla mente. / Tanti secoli fa la stessa scena, / occhi che scrutano la superficie, / increspata dalla brezza della sera. / Un uomo a fantasticare, / a sognare un futuro che non vedrà. / Come sarà, / si chiede,/ fra mille anni? / Una domanda senza risposta,/ ma che la fantasia dona di reale irrealtà. / Come sarà,/ mi chiedo,/ fra mille anni?7 Rivedo lo stagno,/ occhi come i miei/ che scrutano l’acqua/ e che si pongono la stessa domanda. / Il tempo passa, /tutto cambia,/ ma quell’interrogazione resta,/ sempre.

La delicatezza nel far vibrare le corde dell’anima dell’autore è notevole, i versi sono “Squarci di luce nel buio della notte“, l’arte del poetare penetra nel profondo, riemergendo poi negli occhi del lettore come gabbiani che spiccano il volo per altri lidi, i lidi di ciò che sarà domani.
 “La memoria di chi fu /traccia le strade del futuro/”.
Un libro da leggere per comprendere appieno l’emozione che dona.
                                      Katia Ciarrocchi
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:38 | link | commenti (4)
categorie: canti celtici

Maribruna Toni, il piacere della scoperta

                Maribruna Toni, il piacere della scoperta
                            di Renzo Montagnoli
 
Circa un mese fa, o poco più, nel corso di una conversazione con l’amico Gordiano Lupi, noto scrittore e dominus della casa editrice Il Foglio Letterario, a un certo punto è emerso qualche cosa che teneva dentro e che aveva necessità di parteciparmi. Mi ha detto: - A metà luglio sono 10 anni che è morta Maribruna Toni e per ricordarla e per far conoscere agli altri quanto era brava ho deciso di pubblicare un Meridiano, sì come quelli della Mondadori, un’opera omnia di tutta la sua produzione. Che ne pensi?
Ho risposto che mi sembrava un’ottima idea, nascondendo che in verità nulla sapevo di Maribruna Toni. Ho provveduto, però, subito a colmare la lacuna, facendomi mandare due sue sillogi e un’anteprima del Meridiano.
Il tempo tiranno mi ha impedito di porvi mano appena ricevute, ma quando alcuni giorni fa ho cominciato a sfogliarle è accaduto un fatto strano. Verso dopo verso le pareti del mio studio si sono lentamente aperte per svelarmi squarci di mare e di monti (Rimpianto d’onde, di sale e di tempeste / e invece ha solo un mare di foreste. / Del vento di bufere e di bonacce: ora ha solamente picchi e rocce…).
E’ stato tutto un susseguirsi di immagini, di sensazioni, che dapprima mi hanno travolto per poi lentamente coinvolgermi mentre la lettura procedeva. L’impressione era di essere presente sulla scena, di udire il rumore del mare, di sentire la brezza che lentamente mi avvolgeva (Dondolavano le barche / lasciate illanguidire / nel borbottio del mare, / ascoltando lo sciacquio / della risacca.)
Questa capacità di rendere in parole l’immagine, ma più ancora l’emozione provocata dalla stessa è indubbiamente rara e di grande effetto, ma non sarebbe di impatto emotivo se non fosse accompagnata dall’equilibrio armonico dei versi, invece sempre presente nelle poesie di Maribruna Toni, con una sua regola di metrica che le consente perfino di non rendere leziosa una lirica di 34 versi caratterizzata dalle rime baciate (Eran rimasti stracci scomposti / poveri resti di mondi nascosti / sotto le coltri di una speranza / che ammuffiva in squallida stanza.)
Questo rincorrersi di paesaggi con una trasposizione onirica ha un suo preciso significato, vale a dire l’autrice si avvale della metafora per rapportarsi con il mondo che la circonda e con la vita (Ho spezzato i cordami dell’ormeggio, / recisa la catena d’ancoraggio), in una serie di esperienze che sono di fatto vere e proprie fini e rinascite, come se il percorso dell’esistenza non fosse una linea retta, o una parabola, ma una serie ondulatoria che richiama le onde di quel mare tanto amato.
C’è però anche a volte una malinconia diffusa, un senso di isolamento, tipico dei poeti, che trova felici espressioni di rara bellezza (Il silenzio / congela in un cartoccio / di ghiaccio / il cuore.).
E in queste occasioni la mente corre a misurare la propria dimensione con quella dell’infinito, a riflettere sull’esiguità del tempo della vita rispetto all’eternità (Ma se guardi / quello che sta sotto / le creste dei cavalloni, / trovi l’oceano / con il suo mistero / oceano eterno / sempre in moto, / senza tempo.)
E’ sempre quel mare che accompagna il poeta e che rappresenta il fluire del tempo, incessante e infinito, un mistero che affascina e sgomenta, ma che anche consente di sognare, di superare le barriere degli uomini e della natura, di vivere in un’altra dimensione in un continuo rincorrersi di domande e di risposte, per ascendere, o almeno tentare, all’assoluto. Maribruna infatti ha una sua intensa religiosità, una sintonia perfetta con il creato, una fusione di algida bellezza ( E’ assurdo che vi sia ancora colore! / Il colore è l’essenza della vita…/).
La vita, cosi amata l’ha lasciata la notte del 15 luglio 1998, ma già in una sua poesia è presente una vaga sensazione di questo abbandono, peraltro del tutto naturale, ma nel caso specifico quasi profetica ( Ho sognato una notte / che morivo alla vita. / Ho sognato nel buio / che con un solo / batter di palpebre / avevo detto basta. /…).
Chissà quanti altri bei versi avrebbe potuto scrivere, chissà quante risposte avrebbe fornito ancora il suo mare (Dentro a un vaso / ho rinchiuso la tristezza. / Ho messo dentro a un sacco / la dolcezza. / Dentro a uno scrigno questo mio candore. / Chiusa in un’urna / insieme alle mie ceneri / ho imprigionato la speranza / d’ieri, d’oggi, domani. / E ho buttato tutto a mare: / Scrigno, ceneri, urna, / vaso, il sacco / sono rimasti lenti a galleggiare. / Tristezza, poi dolcezza, / questo mio candore / e la speranza / son troppo lievi/ troppo poca cosa / per affondare.).
Del resto era in grado di affrontare diverse tipologie di tematiche, molte delle quali potrebbero essere definite esistenziali e nel suo caso erano una vera e propria ricerca di risposte a perché che esulano dalla contemporaneità, ma sono sempre quegli irrisolti su cui l’uomo, dalle sue origini, tende a cimentarsi; ebbene, dimostrando una notevole arguzia e, soprattutto un’invidiabile autoironia, riesce da dare plausibilità là dove c’è incertezza (Un infinito. / Un punto. / L’universo. / E l’uomo. / Homo Sapiens. / Ma Sapiens in che senso?.).
Questo Meridiano, pertanto, non ha il valore di una semplice commemorazione, ma ridona vita al talento di Maribruna Toni.
Nello stesso sono ricomprese quattro sillogi già edite, cioè Le vele, i voli, i veli(Libroitaliano, 1997), unica antologia pubblicata in vita , L’urlo si fa silenzio (Traccedizioni, 1999), Un sogno smarrito(Il Foglio Letterario, 2001) e Rimpianto d’onde, di sale e di tempeste(Il Foglio Letterario, 2003).
Inoltre in appendice riporta una raccolta di Poesie ritrovate e si chiude con L’occhio incantato, una lirica che riassume in pratica tutto il pensiero filosofico-religioso dell’autrice. Non mancano, peraltro, anche due recensioni di Gordiano Lupi a Le vele, i voli, i veli e a L’Urlo si fa silenzio e una stupenda poesia scritta dallo stesso Gordiano Lupi il 20 marzo 2000 e dedicata alla poetessa scomparsa.
Devo dire che per me la poesia di Maribruna Toni è stata una vera e propria scoperta, un piacere nella lettura che saliva dalle pagine che non profumavano più di carta, ma di salmastro, di resina, di maestrale.
E’ incredibile quanto possano fare dei versi e supera ogni immaginazione l’idea che grazie ad essi altri uomini avvertiranno le emozioni provate a suo tempo da una persona ormai scomparsa.
Questa è la vera magia della poesia, perché fa rivivere in noi chi non c’è più.
 
Il Meridiano
di Maribruna Toni
Opera poetica
a cura di Gordiano Lupi
L’immagine di copertina è
di Elena Migliorini
Casa Editrice Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Direttore Fabrizio Manini
Pagg. 280
ISBN 978-88-7606-186-8
Prezzo € 15,00
 
 Il meridiano di Maribruna Toni
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:34 | link | commenti (1)
categorie: letteratura

Comunicato del 20 luglio 2008

Quel che stupisce nel leggere Rino Armato è la sua capacità di scrivere la storia dell’uomo in tutti i suoi aspetti, anche quelli artistici, riuscendo a correlare l’identità di stili e di opere con le epoche in cui sono stati realizzati, il tutto al fine di fornire un’identità socio-politico-culturale di un determinato periodo. E’ il caso di Le Nain e la Famiglia di contadini, dove da un’opera si può ben comprendere come fosse la struttura sociale di una determinata categoria e addirittura si riesce a evincere come dovesse essere la vita di chi era occupato nei campi.
 
Gian Paolo Serino è da un po’ che parla di questi Cosmetici”, anzi non è mai capitato che abbia parlato così tanto di un’opera (nel caso specifico un’antologia). Premetto che non l’ho letta, ma mi sorge il dubbio che tanto entusiasmo possa nascere dalla novità, oppure anche da una qualità difficilmente riscontrabile ormai, tanto da far apparire come capolavori libri che appena una dozzina di anni fa sarebbero stati cassati solo come discreti.
Al riguardo gradirei che il critico milanese affrontasse un problema sempre più evidente, vale a dire il progressivo imbarbarimento culturale, che porta normalmente a osannare il peggio e non il meglio.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:25 | link | commenti
categorie: comunicati
venerdì, 18 luglio 2008

Fotografia, di Cristina Bove

 
Cristina Bove è pure fotografa, anche se non usa obiettivi, ma parole.
 
Fotografia
di Cristina Bove

Fotografo un sospiro
lungo quanto una vita
è il mio ritratto
ho steso un po' di fard sulle giornate
grigie, un ombretto azzurro
sulle notti.

Ritocco con la punta di un sorriso
lacrime stinte e cavità dolenti
vi mostro quello che di me
non pesa, la mia faccia di sole
nell'estate.
L'inverno lo nascondo
anche a me stessa

È di ghirlande nate fra le mani
di fiori colti quando
già inattesi
che mi vesto e mi agghindo
mi vedete
una silfide in abito da sposa
nella cornice della mia serata.
Fotografia
E per finire le note della sinfonia n. 6 di Tchaikovsky
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:17 | link | commenti (5)
categorie: poeti e poesie

La Morte fra la Piazza e la Stazione, di Domenico Guzzo

La morte fra la Piazza e la Stazione
La Morte fra la Piazza e la Stazione
Storia e cultura politica del terrorismo
in Italia negli anni ‘70
di Domenico Guzzo
Edizioni Agemina
www.edizioniagemina.it
Saggio storico
Pagg. 246
ISBN: 97888965555941
Prezzo: € 18,00
 
 
Nella storia del nostro paese c’è stato un periodo, che va dal 12 dicembre 1969 al 2 agosto 1980, in cui la vita era diventata un optional. Uscivi per andare al lavoro nel timore di non fare poi ritorno a casa, la nazione viveva poi in una specie di stato d’assedio, con frequenti attentati, esecuzioni mirate in pieno giorno, insomma una sorta di incubo che accompagnava le giornate. Già allora si parlava di eversione nera e di eversione rossa, di un terrorismo che sembrava perfino protetto in alto loco. Tutto è iniziato quel 12 dicembre 1969 con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano ed è finito a Bologna il 2 agosto 1980 con un’autentica strage nella stazione ferroviaria.
Ci sono immagini che non potrò mai dimenticare, macerie avvolte in una nube di polvere, le urla dei feriti, lo strazio dei morenti, cittadini semplici come noi, in attesa di partire per le vacanze o dell’arrivo di congiunti in quel caldo agosto del 1980.
Ebbene, al di là di quanto accaduto in quel tragico periodo, senza voler nemmeno pensare all’orrore, ciò che sgomenta di più è che nessun colpevole è in galera, finendo con l’avvalorare le ipotesi che allora la gente comune formulava e cioè di una strategia della tensione, in cui un unico burattinaio muoveva a suo piacimento sia i terroristi neri che quelli rossi.
Sono passati quasi ventotto anni da quel 2 agosto 1980, dalla fine di quella scia di delitti e oggi ancora sappiamo ben poco.
Per fortuna che è uscito questo bel libro di Domenico Guzzo, un’opera per certi versi straordinaria e indispensabile per ricordare affinché certe cose non accadano più e per approfondire il discorso, le ricerche, per fare un po’ più luce in una buia verità.
L’autore è riuscito a scrivere un saggio di notevole completezza e ben strutturato organicamente.
Infatti nulla è stato trascurato e il quadro che ne risulta delinea una situazione sotto tutti gli aspetti possibili, dalla politica di quegli anni dell’egemone americano, alle culture politiche di destra e di sinistra, alla storia dei gruppi armati, agli studi di caso, alle conclusioni e perfino a due illuminanti interviste ad altrettanti magistrati.
Ne risulta un testo di grandissima qualità, indispensabile sia per conoscere quel periodo sia per mettere mano ad altri studi sullo stesso.
Non manca proprio nulla, nemmeno pagine dedicate al fallito golpe di Junio Valerio Borghese oppure a una trattazione incisiva ed esauriente del sequestro di Aldo Moro.
Alla fine della lettura non c’è da attendersi la notizia clamorosa, tanto per intenderci quella che fa il nome o i nomi delle menti di questa folle strategia, perché questo è tuttora impossibile, per quanto, soffermandoci sui vari punti, qualche idea abbastanza plausibile può essere fatta, anche se si tratta ancora di ipotesi non verificabili, anzi temo che mai si potrà sapere con certezza nemmeno fra un secolo.
Tuttavia, per chi ha vissuto quel periodo e per chi invece non era ancora nato, questo libro rappresenta una provvidenziale fonte di conoscenza.
E proprio per questi motivi non solo è opportuno, ma è addirittura indispensabile leggerlo.    
 
Domenico Guzzo nasce a Losanna (Svizzera) nel 1982 da una famiglia di emigrati meridionali, e cresce in un piccolo villaggio del basso Cilento. Trasferitosi a Forli’, diviene direttore di una piccola pubblicazione a diffusione intrastudentesca e Curatore di un fortunato cineforum universitario. Laureatosi in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna - Sede di Forli’, si occupa dapprima di politiche migratorie comunitarie a Bruxelles, per poi passare alla sezione eventi cinematografici e culturali dell’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia.
"La morte fra la Piazza e la Stazione" è il suo primo libro.
 
 
 
Domenico Guzzo
 
Intervista a Domenico Guzzo, autore del saggio storico La morte fra la piazza e la stazione, edito da Agemina.
 
 
 
Mi ha subito interessato questo volume, in quanto esplicativo di un titolo, peraltro indovinato, è il sottotitolo: Storia e cultura politica del terrorismo in Italia negli anni 70’. Ci puoi spiegare la genesi di questo tuo lavoro?
 
Credo che la genesi possa riassumersi in una sorta di “Invidia del pene” verso gli anni Settanta italiani: l’esser nato allorquando le maggior parte delle vicende narrate nel saggio, erano ampiamente concluse, si spiega con la fascinazione, che su di me ha esercitato, la distonia fra due caratteristiche estreme dei cosiddetti Anni di Piombo. Da una parte, quella stagione, mi appariva come la più fertile, culturalmente parlando, della nostra storia repubblicana (si vedano la forza e l’audacia autoriale del cinema, della musica, del giornalismo e del teatro di allora); allo stesso tempo, il decennio compreso fra le due grandi stragi di Milano e Bologna, si presentava come il precipitato di modi nichilisti ed antisociali di esistenza politica. Il mio saggio s’inserisce e trova giustificazione, per l’appunto, in questo iato apparente, che trova, addirittura, toni parossistici al giorno d’oggi, nella misura in cui le passioni ideologiche ed il coraggio artistico paiono soffocare al ritmo della commercializzazione mediatica.
Al fondo della ricerca, ritengo ci sia sempre la volontà di cristallizzare una parte del vissuto nazionale, al fine di preservarne memoria a favore delle nuovissime generazioni, troppo spesso ignare degli estremi del nostro recente passato.
 
 
Immagino le difficoltà di reperire la documentazione, perché la bibliografia di base e che tu giustamente hai citato in calce all’opera, non è molta e risulta frammentata. Peraltro, di recente sono stati desecretati documenti riservati di quel periodo, ma non credo che, prendendone visione, tu abbia potuto avere notizie assolutamente nuove. Forse ti sono risultate più utili le due interviste ai giudici Guido Salvini e Libero Mancuso. E’ così?
 
In effetti, la ricognizione dei documenti risulta opaca allo stesso modo in cui risulta grumosa la ricostruzione storiografica di quegli anni. Corretta, è altresì la tua affermazione, per la quale nulla di sorprendentemente nuovo sia emerso dalle ultime desecretazioni. Le interviste hanno avuto, invece, il pregio di confermare alcune ipotesi investigative e di meglio destrutturate alcuni diffusissimi abbagli.
In sintesi, si può affermare che il modello generale e le linee di tendenza rintracciate, siano piuttosto efficaci nello spiegare il dipanarsi della violenza politica nell’Italia degli anni ’70; ciò che manca è l’assoluta limpidezza e sequenzialità delle fonti: lacuna che impedisce di sistematizzare scientificamente il periodo, e di conseguenza, permette ancora sacche di mera faziosità e dietrologia.
 
 
Dato l’argomento scottante, nel corso delle tue ricerche hai trovato reticenza o disponibilità?
 
In generale, ho riscontrato una diffusa disponibilità. Piuttosto mi sento di sottolineare come ogni fonte (scritta, orale o archivistica che fosse) esprimesse una propria personalissima verità dei fatti, ben al di là dell’ineluttabile soggettività memoriale. Vale a dire che la freschezza di quei tragici eventi (alcuni datano meno di 30 anni, dettaglio che li pone ancora nella sfera della cronaca e non in quella della storiografia) comporta un coinvolgimento personale, spesso, eccessivo, poco compatibile con una razionale e strutturata ricostruzione dei rapporti di causa/effetto sottostante quelle determinate vicende italiane.
 
 
Il tuo lavoro è molto organico, esaminando il fenomeno in tutte le sue sfaccettature e, a mio parere, costituisce un testo basilare per ulteriori approfondimenti ed è quindi necessario agli storici, ma è anche al momento l’unica possibilità per cercare di comprendere che avvenne negli anni di piombo.
Eversione nera da una parte ed eversione rossa dall’altro, spesso intrecciate, a volte con punti di contatto, al punto che mi viene di pensare che dietro tutte quelle stragi e quegli omicidi mirati ci sia stata un’unica cabina di regia.
Qual è la tua opinione al riguardo?
 
Personalmente, anche e soprattutto alla luce delle ricerche, dei colloqui e delle riflessioni che ho potuto effettuare, non credo alla plausibilità di un unico regista, di un unico grande cattivo maestro. Credo, invece, che l’estremismo italiano, sia nero che rosso, abbia avuto origini del tutto endogene (frutto del perverso percorso di modernizzazione italiano, dell’inadeguatezza della classe politica, di alcune tipiche distorsioni culturali nostrane, e della gabbia imposta dalle esigenze di guerra fredda), ma che sia stato dolosamente alimentato, al fine di implementare determinati esiti di politica interna ed estera.
Più che un’unica cabina di regia, bisogna immaginare una sofisticata camera di compensazione, la cosiddetta STRATEGIA DELLA TENSIONE, all’interno della quale, trovavano coagulo i bisogni dei due blocchi geopolitici, così come i bisogni di vasti strati di potere nazionale. Gli anni di piombo registrano continue fluttuazioni, micro-contrraddizioni e repentini cambi di fronte: ciò fa pensare ad una Strategia della Tensione come sommatoria di plurime, autonome e spesso configgenti tattiche, che però trovavano intesa in un comune sentire fatto di preservazione dello Status quo (quello imposto a Yalta) e contenimento di alcune, potenzialmente, esiziali tendenze politiche, come il filoarabismo palestinese ed il processo di socialdemocratizzazione del PCI.
 
 
Pensi che un giorno ci sarà possibile sapere il perché di quegli anni di tensione e chi furono effettivamente le menti, i mandanti del terrore di quel periodo?
 
 
Sinceramente credo di no: le collusioni e i benefici politici di quella lunga scia di morte sono troppo estesi per essere una giorno dipanati. Lo scenario maggiormente plausibile parla di uno stillicidio di documenti d’archivio, che permetteranno la validazione di singole ipotesi storiografiche, ma mai dell’intero quadro d’insieme. Fra molti anni, credo si possa arrivare ad un condiviso affresco delle ragioni di fondo che avevano permesso le modalità di quella stagione, ma moltissimi punti oscuri persisteranno, alla luce di 2 motivazioni: a) il tempo cancellerà le esistenze, e le relative possibilità chiarificatrici, di alcune fondamentali personalità a conoscenza di ristretti e perversi segreti; b) il susseguirsi di tanti anni di deduzioni, controdeduzioni, rivelazioni, immediate smentite, forzati oblii e sfacciate reticenze, hanno ammantato quelle vicende di una tale coltre di nebbia, che anche l’emersione della fedele ricognizione dei fatti, troverebbe rapido affogo!
 
 
Questo è il primo volume che pubblichi con le Edizioni Agemina. Come ti sei trovato, hai avuto assistenza adeguata?
 
 
Alla casa editrice posso solo esprimere un’autentica gratitudine, nella misura in cui ha deciso di puntare su un giovane sconosciuto e di agevolarlo in tutte le maniere che le erano possibili. In un mondo editoriale piuttosto chiuso e pavido, Agemina è stata l’unica isola di promozione culturale, cui i miei sforzi sono potuti approdare. L’esser qui oggi, a discutere di terrorismo e caratteristiche culturali degli anni ’70 italiani, lo si deve per la maggior parte, all’assistenza ed alla disponibilità offerti dalla casa editrice.
 
 
Programmi letterari ce ne sono? Se sì, ci puoi anticipare almeno di che si tratta?
 
Sì, ce ne sono. Alcuni riposano ancora nell’orizzonte delle possibilità, altri hanno, invece, maggiore concretezza. Nell’immediato sto approntando una nuova ricerca storiografica, che si concentra sui rapporti fra l’Italia fascista e la Svizzera: è un argomento che ha trovato sinora un interesse estemporaneo, ed a tratti folkloristico, ma che credo, di contro, possa essere rivelatore di una parte della spiegazione, per la quale la Svizzera abbia visto preservata, caso unico, la propria neutralità in un più generale contesto di sfacelo collettivo europeo. Resta ben inteso che la ricerca sul fenomeno terroristico italiano non trova soluzione di continuità e che mira a successive pubblicazioni, ogni qualvolta rilevanti novità vengano alla luce.
 
 
Grazie per le esaurienti rispose e auguri per questo tuo libro che aiuta noi che abbiamo vissuto quel periodo e altri che, per loro fortuna sono venuti dopo, a comprendere un po’ di più il perché tanto sangue è stato versato.
 
 
Recensione e intervista a cura di Renzo Montagnoli
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categorie: consigli di lettura

Comunicato del 18 luglio 2008

L’aggiornamento di Arteinsieme.
 
 
Dire che l’Italia è ridotta così male per le prodezze del presidente del consiglio forse è esagerato, ma certamente queste hanno un loro peso non certo indifferente, unite alle frequenti uscite che non possono destare che perplessità (una per tutte l’accostamento della Carfagna a Santa Maria Goretti). Comunque un salto su 1manifesto a leggere Italia alla deriva…mi sembra opportuno.  
 
Meno male che si ritorna a parlare di cultura e Corrado Guzzon si chiede che cos’è la poesia nel post Poesie e poeti. La discussione è ovviamente aperta.
 
 
Morgan, partendo dalla lettura di un romanzo mediocre, come La solitudine dei numeri primi, abbozza un discorso interessante.
 
 
Non c’è mediocrità, invece, ma arte, espressa a notevoli livelli, nelle poesie che Milvia Comastri propone su rossiorizzonti in Poetesse che amo.
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:07 | link | commenti
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giovedì, 17 luglio 2008

Il fondo Cascina Vecchia, di Renzo Montagnoli

                               Il fondo Cascina Vecchia
                        di Renzo Montagnoli
 
Era un’estate calda, afosa, con quell’umidità che toglieva quasi il respiro, tipica della bassa, e il Guercio boccheggiava mentre percorreva a piedi la strada bianca che portava alla tenuta agricola.
Trasse un sospiro di sollievo solo quando giunse di fronte ai due capitelli di mattoni sbrecciati che annunciavano ai viandanti di essere arrivati alla Cascina Vecchia, come era indicato dall’architrave che riportava il nome su un ferro battuto ormai corroso dalla ruggine e dal tempo. Da lì bisognava imboccare la stradina ombreggiata da lunghe file di pioppi, per trovarsi poi, nel giro di una decina di minuti, davanti alla cascina.
Il Guercio, nel ristorarsi nel passaggio dal sole ardente all’ombra di quel viottolo, si ricordò dei tanti viaggi che in passato l’avevano portato lì, quando da ragazzo con il pentolino di ferro smaltato andava a comprare il latte tiepido di mungitura, spesso l’unica vivanda della cena.
A quei tempi si guardava intorno meravigliato dall’opulenza di una corte agricola che aveva una stalla con duecento vacche, un lungo caseggiato con le abitazioni dei bergamini e dei salariati e una casa padronale che gli era sempre sembrata una reggia.
Quando giunse alla fine della stradina gli sembrò di essere arrivato in una città morta. Dalla stalla non provenivano muggiti, di operai agricoli nemmeno l’ombra e anche il pollaio era desolatamente vuoto.
Bussò al portone in legno massiccio della casa padronale, ma non ebbe risposta. Allora, poiché era accostato, entrò e si trovò subito nel salone che un tempo era stato quello delle feste. Dove si erano tenuti balli al suono di orchestrine, dove si erano consumati pranzi di nozze, ora c’erano solo polvere e tende strappate alle finestre.
Provò a dare una voce: - Signor Antonio?
Nulla.
Riprovò alzando il tono e allora gli sembrò di udire una voce lontana che proveniva dal piano superiore.
Prese a salire la lunga scalinata di marmo e per sicurezza ripeté la domanda:
- Signor Antonio, dov’è?
Flebile, quasi un mormorio soffocato, gli venne la risposta.
- Annibale, sono di sopra, nella mia camera, la prima porta a sinistra.
Il Guercio, non più giovane e ansando un po’, alla fine giunse in cima, imboccò il corridoio e bussò alla prima porta a sinistra.
- Avanti, vieni avanti, è aperto.
Piegò la maniglia e con un cigolio lamentoso la porta si aprì.
Il Guercio rimase disorientato, perché l’ambiente era pressoché buio e solo da un’imposta socchiusa filtrava un raggio di luce, tanto che a malapena riuscì a scorgere sul fondo della stanza, quasi contro una parete, una testa canuta che sporgeva di poco dallo schienale di una poltrona.
- Scusa se ti volto le spalle, ma mi vergogno a mostrare l’immagine di un uomo finito.
- Che dice mai, signor Antonio, lei è una persona dalle nove vite. Tutti in paese sanno che per lei è un brutto periodo, ma la fortuna va a giorni alterni; adesso è fuggita chissà dove, ma ritornerà, mi creda, ritornerà.
- In te ho sempre apprezzato la sincerità e l’onestà: sei un uomo raro. Ricordi quando ti facevo credito sul latte che compravi? Non ho mai dubitato che tu poi avresti saldato e infatti ho avuto ragione. Non farmi ricredere ora sul tuo conto, smettila di incoraggiarmi con questa pietosa compassione.
- Va bene e mi scusi. Mi ha fatto chiamare e sono qui.
Mi dica di che ha bisogno?
- Di nulla e di tutto. Avrei bisogno di un figlio come te e allora non mi servirebbe più niente. Devo parlare con qualcuno che capisca e che non rida di me, e tu sei l’unico.
- Parli pure e l’ascolterò.
- Come i più anziani del paese sanno, mio padre riuscì con anni di duro lavoro a mettere su questo fondo che chiamò Cascina Vecchia solo perché quel vecchia gli dava un significato di continuità, come di una cosa che c’era sempre stata e sarebbe sempre rimasta.
Io ero il suo unico figlio e mi proposi fin da bambino di dedicare tutta la mia vita alla terra, ingrandendo la proprietà, facendola diventare una delle più belle della zona. Non puoi immaginare quanta emozione si provi guardandosi intorno e poter dire che tutto, fino a perdita d’occhio, è tuo. Ah, scusa per la frase infelice…
- Non si preoccupi: non avrebbe potuto dire diversamente.
- Grazie. Dicevo che il senso della proprietà individuale che voi comunisti non potete avvertire è spesso lo scopo di tutta una vita. In origine il fondo era di cento ettari e poi via via è aumentato per arrivare nell’epoca d’oro a quattrocento ettari. Ricordo quanto tempo impiegavo a percorrerlo con il calesse, rammento che ogni tanto mi veniva in mente la frase di quel re che diceva che sul suo impero non tramontava mai il sole.
No, da me il sole calava ogni giorno e io godevo nel vedere il giallo del frumento maturo colorarsi di rosso, mentre aspiravo a pieni polmoni la brezza della sera che mi portava il profumo del fieno tagliato.
E poi, dopo cena, era un piacere sentire le chiacchiere dei miei dipendenti e delle loro donne, riuniti sull’aia, e portare loro del vino fresco, e avvertire il rispetto che avevano per me. No, da me il sole tramontava, ma il fondo era il mio regno. Ogni nascita, ogni morte, ogni matrimonio era qualche cosa di mio e lì c’era il mio popolo. Come sai ero un padrone esigente, ma nessuno ha mai avuto da lamentarsi, perché non puoi voler male a ciò che è tuo.
Mia moglie mi ha dato tre figli: due maschi e una femmina. Contavo su di loro perché il regno potesse avere un futuro, ma è in questo che ho commesso il primo e fatale errore della mia vita. Li ricordi?
- E’ da un po’ che non si vedono da queste parti, ma li rammento da giovani.
- Guglielmo, l’unico che avrebbe potuto succedermi me l’ha portato via la guerra. Era a Cefalonia l’8 settembre ed è stato uno fra le migliaia di fucilati. Era capace di condurre l’azienda; aveva polso e sapeva farsi rispettare e amare dai dipendenti. Se non ci fosse stata la guerra, ora sarebbe con me e lo vedrei indaffarato con i bergamini per un parto, oppure percorrere quietamente a cavallo i rivali fra i campi. Mia moglie ne ha sofferto tantissimo, tanto che è morta qualche anno dopo.
- E’ vero, Guglielmo sapeva farsi benvolere da tutti.
- Non così gli altri due. Dico sempre che se Dio voleva punirmi per qualche cosa, non avrebbe potuto trovare supplizio migliore: l’unico uomo, in tutti i sensi, sepolto in terra di Grecia e due sciacalli che hanno mangiato, divorato le mie carni, mi hanno spolpato, mi hanno ridotto all’osso.
Caro il mio Annibale, sono rovinato. Non ho più nulla e fra qualche giorno una banca metterà il fondo all’asta.
Mi chiederai come mai?
Ecco, sono state le debolezze di un padre che non ha mai voluto ammettere che il sangue del suo sangue poteva essere acqua e di quella sporca anche. Ricordi Fabrizio?
- Il secondo, vero?
- Sì.
- Beh…Da giovane lo consideravamo un perdigiorno. 
- Avevate ragione: non ha mai avuto voglia di far niente, ma poi sì che l’ha trovato un modo di passare il tempo. I casinò di mezza Europa l’anno visto come abituale frequentatore e come un pollo da spennare. “Papà, ho bisogno subito di cinquecentomila lire” e il papà stringeva i pugni, ma gliele dava.
Una cifra oggi, una cifra domani e il conto in banca si è prosciugato; allora ho cominciato a vendere qualche appezzamento di terreno…
- E la Miriam?
- La Miriam…Noto che te la ricordi, probabilmente anche perché era una bella ragazza.
- Sì, era bella.
- Magari ci hai fatto un pensierino?
- No, mai, non era per me, lei era di un’altra classe.
Ahhh…di un’altra classe! No, caro mio, tu sei di una classe ben superiore alla sua, tu hai forza, coraggio, coerenza, tu sei un uomo. Se sapessi chi era la tua piccola fiamma di gioventù… Adesso ti racconto. Ha sempre fatto girar la testa agli uomini, perché era bella e ricca. Corteggiata da tanti, anche ottimi partiti, si è invaghita di un pittore francese che fa dei quadri che non li prenderesti nemmeno se te li regalassero; inutile che ti dica che questa specie d’artista era ed è squattrinato. E fino a quando ho potuto li ho mantenuti io, comprando addirittura un atelier e un appartamento a Saint Tropez, dove i piccioncini per un po’ hanno vissuto. Fabrizio mi telefonava per i soldi, ma Miriam preferiva addirittura venire a chiederli, anche sei, sette volte in un anno. Stava con me qualche giorno, mi parlava di grandi progetti, di mostre a Parigi, dei soldi che servivano a questo scopo e io sganciavo. Di ritorno da una di queste visite, Miriam trovò il marito che utilizzava una modella non solo per ritrarla e andò in depressione. Dovetti farla ricoverare in una clinica svizzera, dove la tirarono un po’ su, ma la testa ormai era partita. Cominciò a drogarsi, con i miei soldi, e poi quando sono finiti è arrivata a prostituirsi. E’ difficile da dire per un padre, ma per sua fortuna è morta lo scorso anno, probabilmente per una dose eccessiva di cocaina.
- Mi dispiace.
- Non dire così, perché Miriam non era quella che hai conosciuto tu.
- E Fabrizio?
- Quello è come se fosse morto anche lui. Pare che sia fuggito in Sudamerica, dopo avermi convinto a garantire il prestito, ingente, che gli ha fatto una banca, con un’ipoteca su quel che restava del fondo. Questi soldi gli sarebbero dovuti servire per comprare un albergo a Rimini e iniziare così una nuova vita.
E’ l’unica volta che gli ho creduto, che mi sembrava fosse cambiato e che ho sperato di ritrovarlo come figlio. E’ accaduto subito dopo la morte di Miriam.
- E’ andato male l’affare dell’albergo?
- L’amara verità è che non c’è mai stato nessun albergo:i soldi gli sono serviti per rimborsare gli strozzini e con quel poco che gli è rimasto si è comprato un passaggio per il Sudamerica. E pensare che avevo concesso l’ipoteca, con l’intesa di girarla poi sull’albergo. Il termine di rimborso del prestito è scaduto; ovviamente lui non ha pagato e, dato che adesso nemmeno io sono in grado di saldare il debito, il fondo verrà venduto all’asta.
Il vecchio smise un istante di parlare, poi:
- Ti ho stancato, Annibale? - , chiese.
- No, si figuri, ma non penso sia stato questo il motivo per cui mi ha pregato di venire da lei.
- Giusto. Intendo lasciare qualche cosa di questo fondo a chi di più l’avrebbe meritato e questo sei tu.
- Non capisco, si spieghi meglio.
- Non temere, non c’è nulla di irregolare.
- Ma lei dove andrà?
- Non preoccuparti per me. Alla tua destra c’è un cofanetto di legno, prendilo e portamelo.
Il Guercio scrutò nella penombra e vide una sorta di bauletto su un tavolino, lo prese e lo porse al suo interlocutore, che nel frattempo si era voltato.
- Adesso guardami: ecco il volto di un re senza più corona.
Il Guercio trasalì: il signor Antonio era vecchio, sull’ottantina, ma sembrava un centenario, con la pelle tutta grinzosa e uno sguardo allucinato.
- Vedi che cosa c’è nel cofanetto? C’è la terra del fondo Cascina Vecchia. Sono poche manciate, ma se ne avverte il profumo denso di vita, si può ammirare il suo colore grigio scuro. E’ quanto resta di un regno e voglio che tu la prenda e la porti con te. La metterai in un vaso e in questo pianterai un papavero e un chicco di grano. Così ogni estate il fondo rivivrà e io con lui.
Il Guercio restò perplesso, ma prese in mano il bauletto e promise che avrebbe provveduto come gli era stato indicato.
Il commiato fu senza abbracci, ma quando era già sceso dalle scale e si apprestava ad aprire il portone udì la voce forte del vecchio:
- E’ morto il re! Viva il nuovo re!
Scosse la testa e pensò che l’età e le disgrazie avevano fatto uscire di senno il signor Antonio. Comunque, appena arrivato a casa versò la terra in un vaso e si ripromise che in autunno avrebbe piantato un seme di papavero e un chicco di grano.
Tre giorni dopo l’ufficiale giudiziario e un perito del tribunale si presentarono alla Cascina Vecchia per fare un inventario e la stima dei beni.
Il vecchio restò impassibile quando gli notificarono la cosa; i due fecero il loro lavoro e dopo un paio d’ore, prima d’andarsene, pensarono di salutare.
Fu un semplice “Abbiamo finito. Buongiorno”, ma non ottennero risposta. Ripeterono la frase e ottennero solo il silenzio. Si avvicinarono al signor Antonio, lo scossero e questi reclinò il capo su un lato: il suo vecchio cuore aveva ceduto.
Ai funerali parteciparono ben pochi, ma fra questi c’era il Guercio, con in mano un vaso di terracotta.
Fu una cerimonia semplice, con una messa funebre veloce, quasi che tutti avessero fretta di sbrigare la cosa.
Quando la bara fu calata nella fossa, il Guercio si avvicinò e versò il contenuto del vaso, mormorando:
- Ad Antonio, ora nel regno dove non tramonterà mai il sole.
 
   
 (Da “Storie di paese” – Seconda ser