L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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venerdì, 03 luglio 2009

In mezzo scorre il fiume, di Renzo Montagnoli

Una vita che segue i ritmi della natura, non ricca di beni, ma di affetti.
 
Tramonto sul fiume Oglio
In mezzo scorre il fiume
di Renzo Montagnoli
 
 
Due file di salici, chinati sull’acqua,
canneti ondeggianti nel vento,
e in mezzo scorre lento il fiume.
Nell’ora che precede la sera,
solo il ronzio dei moscerini
s’accompagna al gracidio dei ranocchi.
Getto la rete, per il cibo della cena,
ma non c’è fretta a ritrarla.
È dolce lasciarsi accarezzare,
son come mani di fanciulla
gli aliti lievi della brezza
che risale dall’acqua
a ristorare i campi riarsi dal sole.
A notte le ninfe si specchieranno
alla luce di una luna prodiga
di enigmatici sorrisi.
Già dormirò, ma nel sogno
scivolerò su quest’acqua silente.
Magico incanto, tutto tace
e forte s’ode allora la voce della natura,
una melodia che solo il cuore
può ascoltare.
Ma è tempo di recuperar la rete,
di indovinare fra le maglie gocciolanti
gli argentei riflessi dei piccoli pesci.
Un ultimo sguardo prima di tornare a casa,
dove di rosso s’accende il cielo
i voli dei gabbiani disegnano le strade
che gli dei del giorno percorrono
per andare al riposo della notte.
E così, sempre,
finché questi occhi vedranno,
fino a quando saremo figli rispettosi,
di questa madre che ci ospita per il breve tragitto
che ci condurrà alla casa del tempo infinito.
 
(Da Canti celtici – Edizioni
Il Foglio Letterario, 2007)
 
Dal genio di Sergei Sergeyevich Prokofiev:
 
 
 
http://www.youtube.com/watch?v=vVJVymIwW08&feature=related
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 11:36 | link | commenti (8)
categorie: poeti e poesie

Il barone rampante, di Italo Calvino

Il barone rampante
Il barone rampante
di Italo Calvino
Presentazione dell’autore
Arnoldo Mondadori Editore
Collana Oscar
Narrativa romanzo
Pagg. 264
ISBN: 9788804370857
Prezzo: € 9,00
 
 
Italo Calvino, per completezza Italo Giovanni Calvino Mameli, è stato senza ombra di dubbio un intellettuale di notevole impegno politico, civile e culturale. Autore eclettico, che sapeva spaziare dalla saggistica al racconto e infine al romanzo, è stato ed è ancora un preciso punto di riferimento per la sua attività di sperimentazione letteraria, oltre a essere considerato uno dei più importanti autori del genere fantastico. Lo spirito anarchico, di cui era permeato, si rifletterà anche nelle vicissitudini politiche, ma soprattutto in quell’andare controcorrente nella narrativa, con una sua particolare interpretazione del fantastico, che tende a evidenziare un aspetto onirico, la concretizzazione, sia a pure a livello di scrittura, di un sogno permanente di libertà assoluta e in ciò di ampio anticonformismo.
E’ questa una produzione di grande valore che comprende, fra l’altro, Il barone rampante, opera ambientata in un immaginario paese della riviera ligure, Ombrosa e connotata dalla vicenda del primogenito del barone Arminio Piovasco di Rondò, Cosimo, che ancora fanciullo, a seguito di un litigio avvenuto il 15 giugno 1767, decide di punto in bianco di andare a vivere sugli alberi. La storia è narrata dal fratello minore Biagio che invece preferisce restarsene nella casa patrizia, pur invidiando la scelta di campo di Cosimo.
Detta così può sembrare la vicenda dello scemo di paese o di un fenomeno da baraccone, ma la figura di questo arboricolo si staglia netta in una serie di personaggi godibilissimi, vere e proprie caricature, e in un intreccio di fatti che gradualmente finiscono per il coinvolgere il lettore, al punto di desiderare di poter godere della stessa immensa libertà.
Cosimo è per alcuni un originale, per altri un pazzo, ma in effetti rappresenta la massima aspirazione per una vita slegata dalle consuetudini, da qualsiasi cerimoniale e scevra da leggi e laccioli, tranne quelli della natura.
Non è improbabile, anzi penso sia più che possibile che l’arboricolo sia l’alter ego di Calvino stesso. Del resto, il personaggio presenta comuni caratteristiche, quali quelle di essere un intellettuale e di battersi in favore della povera gente, che lo capisce infatti, al punto che, divenuto vecchio e malato, lo assiste amorevolmente, sempre senza che lui, da quando salì sugli alberi quella prima volta, debba mettere i piedi per terra.
Questo desiderio di elevarsi dal mondo, di essere solo e unicamente padrone di se stesso, trova poi una geniale conclusione nella sua dipartita, una toccante ascesa in cielo.
Il barone rampante è sicuramente un romanzo di grande valore e ne consiglio vivamente la lettura.
 
 
Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985).
 
Ha scritto numerosi testi di narrativa, fra i quali:
 
Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949), Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo ovvero Le stagioni in città (1963), La giornata di uno scrutatore (1963), Il castello dei destini incrociati (1969), Le città invisibili (1972).
 
Recensione di Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 11:33 | link | commenti (4)
categorie: consigli di lettura
mercoledì, 01 luglio 2009

Crepuscolo, di Cristina Bove

Un monologo interiore, elaborazione della memoria, prima che cali la notte.  
 
Crepuscolo
Crepuscolo
di Cristina Bove
 
Prendi respiro anima mia
dalle paure del giorno
dal sofferto cammino
del tuo corpo…
Hai sopportato lame
d’acuminato dolore per esistere
e ancora un poco prima che la sera
scenda sull’invisibile
orizzonte
arrenditi al miracolo
d’essere viva ancora
nel crepuscolo.
 
(da Fiori e fulmini – Edizioni
Il Foglio letterario, 2007)
Di Mozart (Sinfonia n. 40 in G min) è l’accompagnamento:
 
http://www.youtube.com/watch?v=aZD9nt_wsY0
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 17:48 | link | commenti (9)
categorie: poeti e poesie

Cento per cento, di Sacha Naspini

Cento per cento
Cento per cento
di Sacha Naspini
Edizioni Historica
www.historicaweb.com
info@historicaweb.com
Collana Short Cuts
Narrativa racconto lungo
Pagg. 95
ISBN: 978890357282
Prezzo: € 5,00
 
Dino Carrisi, un immigrato italiano, è stato in passato uno dei più grandi pugili americani, arrivando per ben due volte a conquistare il titolo mondiale, ma, soprattutto, è stato un cento per cento, cioè uno nato esclusivamente per combattere sul ring, una specie di genio della “nobile arte”.
Ora, vecchio, quasi in povertà e ubriacone, coglie l’opportunità di un’intervista televisiva della rete Canale 2 per raggranellare un po’ di soldi, ma prevalentemente per realizzare un disegno che ha costruito giorno per giorno.
Lo spettacolo così diventa il riassunto della sua vita, dai primi pugni negli incontri sotterranei fino alla gloria, e poi a venti anni di carcere scontati per il presunto omicidio della moglie.
Raccontato in presa diretta, come solo può esserla un’intervista televisiva, Cento per cento è un’opera di grande bellezza, originale quel che basta, senza cioè diventare alla lunga fine a se stessa, scritta con quella capacità che ho sempre riconosciuto a Naspini di delineare fatti, ambienti e personaggi con immediatezza, senza banalità o superficialità, con quell’attitudine naturale che ha l’autore di scavare dentro, di incidere, mettendo a nudo l’anima del protagonista in cui il lettore finirà prima o poi per trovare qualche tratto che lo accomuna.
Non è il solito ritratto del pugile suonato e piagnone, è uno scorcio di vita che riemerge dalla memoria, come se uno fosse lì, davanti a te, per parlarti di sé, di ciò che è stato, di ciò che avrebbe voluto fare e non ha fatto. Non c’è una riga di monotonia, non c’è nulla di già letto, c’è una vicenda umana che lentamente porta a uno stato emotivo che esplode nel sorprendente finale.
La vita come spettacolo, propria dei media, viene ribaltata, e così anche l’intervistatore entra nella vita vera, come protagonista, così che al termine emergerà solo la realtà, nuda, anche crudele, l’ultimo KO costruito da un pugile cento per cento.
Posso solo dire, da ultimo, che questo racconto lungo mi ha entusiasmato, dopo una lettura coinvolgente come poche.
 
Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976.
Pubblicazioni (a solo):
L’ingrato (Effequ, 2006), I sassi (Il Foglio Letterario, 2007), Diario di un serial killer (Sered, 2008), Never alone (Voras, 2009), Cento per cento (Historica, 2009).
Pubblicazioni di racconti in antologie:
Serenity Garden e des Visage del Figues in Le sette vite di Dalila e Achille (Edizioni Il Foglio Letterario), La vita comincia a quarant’anni (Rivista Historica), I ragni in Corpi d’acqua (Voras).
E’ rintracciabile ai seguenti contatti:
shangrya@libero.it
www.sachanaspini.eu
www.vaderrando.it
www.myspace.com/vaderrando
 
Recensione di Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 17:45 | link | commenti (1)
categorie: consigli di lettura
domenica, 28 giugno 2009

Succubi dello schermo maligno, di Sergio Sozi

Succubi dello schermo maligno
Succubi dello schermo maligno - Gli intuibili-evidenti sprechi ed insulti al cittadino da parte della televisione (di Stato e privata) mentre l'Italia fa la fame
 
La crisi economica non arretra piú di tanto, l'abbiamo capito, mi pare – percentuale in piú o in meno.
Una cosa che invece ci dovrebbe far rabbia è l'andazzo delle televisioni italiane mentre, appunto, la disoccupazione sta crescendo e mentre, aggiungo, non esiste alcun sussidio di disoccupazione per tutti i disoccupati del Belpaese – c'è solo la cassa integrazione, ma se il lavoro non ce l'avevi prima, cittadino italiano, nessuno ti aiuta tranne mamma e papà, e questo tu lo sai bene sulla tua pelle, mica stai in Germania, Slovenia o Francia, vero. Qui gli uffici di collocamento statali non esistono. Medioevo.
Allora vediamo come invece, è evidente, in questa situazione drammatica per tutti noi, butta generosamente i propri quattrini questo Stato con la televisione – e lo stesso fa l'azienda di un Primo Ministro che a chiacchiere, da premier, promette aiuti pubblici e nei fatti, da plenipotenziario dell'editoria tivú, paga a peso d'oro presentatori dementi, ballerine cretine eccetera (lo vedremo dopo), esattamente come la RAI dello Stato che, dopotutto, sempre lui stesso dirige da Palazzo Chigi (però lo Stato faceva cosí anche prima del signor B., certo, ma ora è ''troppo troppone troppissimo''). Lui, dico, insieme a quei personaggi da carte francesi (alludo al Buffone, il Jolly) in casacca verde che vorrebbero annullare l'Unità Nazionale e disprezzano Mameli. Poveretti, loro: se non stessero in provincia e non ci fossero la crisi e l'immigrazione, se li filerebbe solo lo psichiatra – lo stesso psichiatra che, ne son convinto, frequentano quelli del maggior partito di opposizione, privo di anima e liberista come l'insopportabile suo capetto occhialuto, falso intellettuale e rimbambito come gli altri suoi sodali, tranne quella minoranza attaccata ai libri ''vecchi'' e a Rainotte. Poi ci sono i comunisti, che proporrebbero Baffone. Lasciamoli stare, per carità: cerco di esser serio, io, con comunisti e fascisti convinti cerco di evitare alcun dialogo (ma son loro i primi a scartarmi) perché ormai costoro hanno distribuito assassini e fanatismo fin troppo ovunque per potersi permettere di dialogare in base ad una rispettabile civiltà democratica. Fascisti e comunisti. No, grazie. C'è di meglio. C'è gente che non ha massacrato nessuno – i repubblicani per esempio, ma sembrerebbero morti – e che dovrebbe vantare il pedigree di una vera onestà filosofico-politica. con loro parlerei ben volentieri.
Va be', torniamo all'amara realtà, va'. Allora. Una premessa e poi l'elenco, tanto per farvi fare, lettori, un po' di mente locale, qualche conto complessivo sulla ''nostra'' televisione – che vi ''offre'', come dicono le pubblicità, i suoi programmini per cretini: perché cretini vi credono i gestori delle tivú, questo è evidente (ma che ''offrire''! Non diciamo baggianate, su, per favore: i programmi bestiali noi ce li paghiamo come consumatori o soggetti fiscali, come pagatori di canone e muniti di telefonino, eccetera: regalo un corno).
Bene: ecco la premessa: si mandano in onda diversi telefilm o commediole di infimo ordine e di continua incitazione alla violenza, all'insulto inutile, tutt'al piú alla mongoloide risata: sono delle serie e delle produzioni italiane o statunitensi, tedesche ad andar bene, tutte basate sul giallo, l'assassinio e la pistolettata, l'intrigo, la malattia, il processo penale, la morte. Insomma la stupidaggine e soprattutto la morte. La morte. Tutti i giorni lo Stato e i privati vi sbattono in faccia una televisione mortuaria e parolacciara, superficiale e offensiva, ma voi state lí senza pensare neanche ai bambini e dite di sí: sí, dite, mi appartiene, la accetto, la vedo e non dico mai niente in contrario, per carità! Piuttosto – direste casomai – ''Magari mia figlia potesse entrarvi''. Dovrei a questo punto credere che ve la meritiate, lettori, 'sta aberrazione fatta di pistole, corsie di ospedali, notiziari catacombali e veline. Ho detto veline? Ahia, le veline – offensivamente, per le professoresse vere, chiamate ''professoresse'' da qualcuno, addirittura – le veline che, grazie al panem et circenses, vengono pagate molto bene per fare le pseudo-sceme eccitanti nei quiz!
Ecco: la premessa è finita: entriamo nel dettaglio.
Io sono scandalizzato. Maledizione! Anzi: ''Peste e carestia!'', grido come griderebbe Italo Calvino per bocca di un suo personaggio (l'ugonotto Ezechiele, guardacaso), del ''Visconte dimezzato''. Sono scandalizzato dai giochi a premi televisivi che pagano presentatori semianalfabeti e dialettali assieme a concorrenti ignoranti e deficienti e ballerine incapaci, le quali ultime hanno solo una bella – ed eccitante – costituzione fisica da mostrare (niente da eccepire: per questo i nostri capi sono efficacissimi nella selezione delle meritevoli). Migliaia di euro dati ai concorrenti, al regista, agli scenografi, ai presentatori, alle sceme incapaci di cui sopra, invece di investirli in sussidi di disoccupazione, scuola, ospedali e, magari, in film interessanti, in cultura! Ma non vedete delle alternative a questa aberrazione, italiani? Non siete capaci di mettere gli occhi, oltre che sul seno delle ''professoresse idiote'' televisive, anche sul figlio del vicino di casa che non lavora da tre anni e non prende una lira dallo Stato? Non vedete che la scuola fa pena e vostro figlio è analfabeta anche se ha la laurea ed è un genio di Internet? Non capite che i nostri figli diverranno dei venali, degli squali, dei pirati privi di amore anche per i propri genitori, se non devieremo la rotta da questa mafiosa e assurda condotta pubblica – che è amorale, manco immorale, sarebbe troppo grasso, solo amorale e necrofiliaca, tombale, altro che democratica: la democrazia è fatta per i cittadini vivi, mica per per molti di noi, mica per chi si rifaccia il viso o il seno, o il sedere, per sembrare un ventenne: per sembrare un ventenne stupido come i nostri figli che son stupidi come i loro genitori – sempre noi. E anche sempre voi, dico con cordialità.
Quel che stupisce, comunque, non è la violenza dei prepotenti del medioevo attuale italiano: quel che stupisce è la accettazione supina di tutti voi. Voi che siete figli, come me, di una Storia fatta fino a cinquant'anni fa da italiani veri ed orgogliosi, e sempre voi che ora invece siete dei mentecatti assorbitori di leggi del mercato, siete dei pusillanimi che non sanno spegnere il televisore nemmeno quando hanno ospiti in casa: tenete lo schermo acceso, eh già. Vi fa compagnia perché siete già morti. O tali vi sentite dentro di voi – a settant'anni come a venti.
Voi che non create cultura né movimenti politici maturi e consapevoli, fatti con equilibrio e cultura umanistica – sí: l'umanesimo di Lorenzo de' Medici, amici cari, proprio quello.
E intanto, mentre voi aspettate il Requiem, sapete cosa fanno i potenti per chi potrebbe vivere meglio – i vostri figlioli, i nostri connazionali? I potenti di ogni partito dànno loro le soubrette che vengono pagate a peso d'oro e i cantanti americani, i telefilm americani a ripetizione, notte e giorno. Li istupidiscono, i potenti, i vostri figli, per scavar loro ancor piú a fondo la fossa che voi stessi, insani vecchi, avete iniziato a scavare con le vostre decadenti mani. E intanto l'Italia fa la fame. Buona televisone, cari, dunque: salutatemela – e ditele che io la disprezzo e la tengo spenta anche se sono costretto a pagarla per colpa vostra che la vedete di continuo ed acriticamente. E i giochi a premi, i quiz, vorrei eliminarli dalla faccia della terra, come il sottosviluppo socio-culturale-politico da cui sono nati (Mike, buon giorno!) e la offensiva strafottenza di chi li finanzia alla faccia dei poveri. Noi poveri, dopotutto, che tali restiamo.
 
Sergio Sozi
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 17:11 | link | commenti (45)
categorie: editoriale

La dismisura immaginata, di Carlo Bordoni

La dismisura immaginata
La dismisura immaginata
di Carlo Bordoni
Presentazione di Romolo Runcini
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica letteraria
Pagg. 96
ISBN: 978-88-89756-46-1
Prezzo: € 8,00
 
 
 
Per molti è uno sconosciuto, ma è il destino di quasi tutti i precursori e a buon diritto Ernst Theodor Amadeus Hoffmann lo è stato.
Questo geniale ed eclettico tedesco (Konigsberg, 24 gennaio 1776 – Berlino, 25 giugno 1822), oltre a essere stato pittore, compositore, giurista, fu anche uno scrittore, anzi uno dei massimi esponenti di quel movimento artistico, culturale e letterario conosciuto come Sturm und Drang e più universalmente noto, dopo la sua diffusione in tutta l’Europa, come Romanticismo.
La sua visione della realtà finiva letterariamente per essere trasfigurata, in una sorta di esperienza onirica, che finiva con il dar vita, di volta, a prose surreali, fantastiche o grottesche, non di rado in una sovrapposizione di grande effetto.
Vissuto a cavallo di due secoli, in cui storicamente prima avveniva il grande evento della rivoluzione francese e poi la fase grottesca della restaurazione, un’epoca in cui i fondamenti dell’illuminismo finivano con lo sgretolarsi di fronte all’avanzata dell’industrialismo, in questi passaggi Hoffmann riuscì meglio a interpretare l’angoscia, i timori, le speranze di un uomo del suo tempo.
Specchio di se stesso, le sue opere, avveniristiche per l’epoca, finiscono con il tratteggiare una condizione umana dove mistero, realtà e irrealtà, timori latenti e fughe del pensiero si intrecciano, dando vita a spunti che poi saranno ripresi da autori successivi.
Carlo Bordoni, lui stesso autore di narrativa fantastica (il recente Il cuoco di Mussolini, una raffinata e verosimile ucronia), nonché studioso del genere, ha voluto rendere omaggio all’illustre progenitore tedesco con un saggio intitolato La dismisura immaginata – Hoffmann e la letteratura fantastica, un’attenta analisi storico-letteraria della produzione di Hoffmann, con un’interpretazione, condivisibile, di motivazioni, di cause, di effetti e di connessioni del pensiero e dello spirito creativo che giustamente fanno di questo scrittore, vissuto peraltro brevemente, un capostipite di quel genere, da cui poi tanti hanno attinto con risultati forse anche più esaltanti, un genere che ancor oggi sembra essere fra i preferiti e che in una fase di recessione economica ed etica finisce con l’assumere una rilevanza tutta particolare, raccogliendo pulsioni e timori di un presente nell’ottica del futuro.
Preceduto da un’esauriente presentazione di Romolo Runcini il saggio di Bordoni ha il pregio, per niente trascurabile, di offrire una visione completa, perfino sotto il punto di vista psicologico, in poche pagine e, quel che più conta, in modo accessibile anche a chi per la prima volta si accosta alle origini del fantastico.   
 
Carlo Bordoni (Carrara, 1946) è docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Firenze.
Ha insegnato all’Istituto Universitario Orientale di Napoli e allo IULM di Milano. È stato direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara dal 1990 al 2003.
Tra le sue pubblicazioni:
La paura il mistero l’orrore dal romanzo gotico a Stephen King (Solfanelli, 1989), Il romanzo di consumo (Liguori, 1993), Conversazioni sul vampiro (Neopoiesis, 1995), Stephen King (Liguori, 2002), Linee d’ombra (Pellegrini, 2004), Introduzione alla sociologia dell’arte (Liguori, 2005), Le scarpe di Heidegger (Solfanelli, 2005), Il testo complesso (Clueb, 2005), Società digitali (Liguori, 2007), Libera multitudo. La de massificazione in una società senza classi (Franco Angeli, 2008), La dismisura immaginata. Hoffmann e la letteratura fantastica (Solfanelli, 2009). Dirige la collana di saggistica Micromegas per le Edizioni Solfanelli. Collabora alle riviste “Il Ponte, “L’Indice dei Libri”, “Labirinti del Fantastico”.
Ha scritto i romanzi In nome del padre (Baroni, 2001), Istanbul Bound (Tabula Fati, 2007), Il cuoco di Mussolini (Bietti, 2008).
Recensione di Renzo Montagnoli
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 17:07 | link | commenti
categorie: consigli di lettura
sabato, 27 giugno 2009

Matilde forse muore, di massimolegnani

Il tarlo del dubbio…
 
Matilde forse muore
di massimolegnani
 
 
Si svegliò nel cuore della notte perché il telefono squillava. Il suono riecheggiava dall’atrio con una potenza amplificata dalle scale. L’orologio luminoso sul tavolino da notte segnava le due.
Il suo primo gesto fu verso l’altra metà del letto. Un gesto della mano che si perse tra le coperte vuote. Solo a quel punto Domenico balzò a sedere. Guardò alla sua sinistra la parte di letto intatta e, svegliandosi del tutto, ebbe la sensazione di infilarsi in un incubo. Matilde in viaggio, senza di lui per la prima volta, e il telefono che suonava in piena notte; difficile tenere separati questi due elementi. E unirli significava presagire il peggio.
Domenico se ne stette immobile, attanagliato dalla paura.
L’insistenza degli squilli era terrificante.
Lottò per contrastare la voglia vigliacca di non sapere. Attimi interminabili prima di trovare il coraggio di andare incontro a quella minaccia oscura. Poi fu un precipitarsi tremebondo per il corridoio e giù per le scale. “Matilde” mormorava tra sè ad ogni gradino. Arrivò nell’atrio e rimase a guardare l’apparecchio fissato alla parete, pregando che smettesse di squillare. Il suono aspro gli tolse l’ultima speranza. Staccò la cornetta senza trovare il fiato per dire pronto.
-         Devi venire subito. È successa una cosa terribile.
Parole concitate, urlate nel trambusto. Una voce febbrile, irriconoscibile.
-         Ma…
-         Sbrigati! Non perdere tempo! Vieni.
-         Ma chi…
-         Sta morendo, lo capisci?
Domenico appoggiò la fronte al muro e vomitò la cena senza il minimo sforzo. Avesse potuto rigettare allo stesso modo le parole che gli erano appena penetrate nell’orecchio.
La voce lo incalzò:
-         Non hai un minuto da perdere, Antonio. La situazione sta precipitando.
-         Come…Non capisco.- riuscì a balbettare con fatica.
-         Cristo, tua moglie sta morendo. Lo sai che...- poi, improvvisamente, più nulla.
-         Pronto, pronto, pronto! Non lasciatemi così.
La linea doveva essere caduta. Domenico fissava la cornetta muta come potesse rianimarla con la propria disperazione.
Lentamente si lasciò scivolare a terra. Matilde stava morendo e lui non sapeva nemmeno dove.
Poche ore prima lei l’aveva chiamato da Punta Raisi per dirgli che il volo era andato bene. Ma da lì aveva ancora un centinaio di chilometri in auto, prima di raggiungere Enna. Poteva essere successo di tutto in quel tragitto, o in Enna stessa. Cretino lui che aveva temuto solo il viaggio in aereo e le aveva detto che non era il caso che lo richiamasse quando fosse arrivata in città. Aveva detto così solo per non mostrarsi insistente. E adesso dove poteva cercarla?
“Matilde. Gesù ti prego, fa’ che sia viva.”
Domenico fu preso da un improvviso bisogno di agire. Si rimise in piedi e si guardò intorno nell’atrio silenzioso. Ogni istante era prezioso, doveva fare. Ma cosa? Corse di sopra, si sciacquò la faccia, si vestì e raccattò tutti i soldi che trovò in giro per casa. Volare a Palermo, ecco, quello era il punto fermo da cui iniziare le ricerche.
Era già sulla porta di casa quando si bloccò con la mano sulla maniglia. Gli era tornato in mente uno scampolo della telefonata: “Non hai un minuto da perdere, Antonio.” La voce sconosciuta l’aveva chiamato Antonio, come aveva fatto a non accorgersene subito? E poi, gli parlava come lo conoscesse bene, mentre per lui quella era, per l’appunto, una voce sconosciuta. Che nella concitazione avessero sbagliato numero? Allora significava che Matilde non stava correndo pericoli.
Domenico provò un breve sollievo.
Già, e se invece la persona, che lui al telefono non aveva riconosciuto, era un amico che proprio per la concitazione aveva una voce diversa e che per lo stesso motivo aveva pure confuso il suo nome?
Fu preso da una nuova ondata di angoscia.
Crollò in ginocchio per una breve preghiera: “Signore mio, Gesù, qualunque sacrificio ma rendimi Matilde sana e salva.”
Dopo qualche minuto di raccoglimento, si rialzò più rinfrancato. E finalmente fece la cosa più logica, quella che avrebbe dovuto fare da subito. Cercò il bigliettino che gli aveva lasciato sua moglie e chiamò l’Hotel Le Madonie di Enna.
Il portiere di notte impiegò interminabili minuti a rispondere.
-         Per cortesia la camera della signora Girgenti.
-         Pronto
-         Matilde, amore mio, come sono felice di sentirti!
-         Mimmo, ma è successo qualcosa?
-         No cara, tranquilla. Volevo solo sentirti.
-         Ma, a quest’ora di notte? Dio mio, la tua gelosia non ha limiti.
-         No, no, cosa vai a pensare, solo sapere che stai bene. Sapessi che sollievo, domani ti racconto. Dormi ora, va tutto bene.
E riattaccò prima che Matilde gli rispondesse.
Domenico salì le scale quasi danzando e, una volta in camera, si lasciò cadere a peso morto sul letto.
Dopo un’ora, però, non aveva ripreso il sonno. Ancora era immerso in un’immensa pozza di gioia in cui un tarlo s’insinuò inavvertito, mentre si domandava se davvero non doveva dare importanza a quel vago borbottio di protesta che gli era sembrato di udire in sottofondo durante la conversazione con sua moglie.
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:32 | link | commenti (7)
categorie: narratori e racconti